Ciao! È qui l’autogestione. Un Rifugio di Pace.
Il vocabolario dice: “gestione di un ente, di un istituto, di un settore di attività, affidata a coloro che vi operano e svincolata da ogni rigida dipendenza nei confronti di un'autorità superiore o centrale”.
Quando si guarda alla vita in comune come ad una possibilità di gratificazione è facile pensare alla suggestione che uomini e donne vivano armoniosamente insieme senza che qualcuno indichi loro come e cosa devono fare. Si potrebbe evocare il concetto di “libertà totale”. Quando si passa dai pensieri ai fatti, il fascino si ridimensiona e l’anelito si spegne, condizionato da difficoltà e complicazioni.
L’autogestione praticata si può tradurre più verosimilmente in fatica e sacrificio. La libertà, allora, si concretizza spesso in regole precise, puntigliose, quasi soffocanti. Apparentemente nel suo contrario.
Ma non è così ! Per “fare autogestione” occorre che le regole siano comprensibili e condivise. Occorre l’evidenza della loro utilità.
Occorre che ci “guidino in anticipo” al massimo rispetto di coloro che ci stanno accanto. Ci devono accompagnare - anche nei più piccoli gesti - ad immaginare quale sarebbe la nostra reazione se la medesima azione venisse indirizzata a noi.

Ma non basta pensare alle persone: occorre che queste regole siano utili a interrogarsi con pari intensità anche sulle “cose” che appartengono ai nostri vicini. Spesso, attraverso il massimo rispetto degli “oggetti” si arriva più direttamente al“cuore dei proprietari”. Serve coscienza di sé, fiducia negli altri, slancio disinteressato... in silenzio e con operosità.
Nell’autogestione la felicità non si trova nella gratificazione individuale, ma nella consapevolezza di aver fatto fino in fondo la propria parte. Pochi sanno esercitare pienamente l’arte dell’autogestione. Sono coloro che non si aspettano nulla in cambio e - inappagati - continuano a mettersi al servizio degli altri.
Senza troppe parole, talvolta con gli sguardi, con la comunicazione silenziosa, discreta... con l’esempio mai ostentato. “Ciao” è il saluto più diffuso in Italia e non trova possibilità di traduzione in altre lingue. Deriva dal dialetto veneto ed è una forma contratta della esclamazione “s-ciào!”: schiavo! Veniva pronunciata in tempi lontani per ammettere la totale dedizione al proprio padrone.
Per fortuna oggi non è più così. Ma, al Rifugio nella Valle di Mompiano, rivolgere questo antico saluto è come dire “entra pure, sono al tuo servizio”. Rispondere allo stesso modo è come dire “va bene, anch’io sono disponibile”. Per questo varcando l’ingresso può accadere che qualcuno vi accolga con un: “Ciao! qui c’è autogestione”.

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